Comunità semiresidenziale: sentirsi in un luogo sicuro

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Il 12 ottobre di 5 anni fa nasceva la comunità semiresidenziale; a tutti noi piace chiamarla SEMI perché crediamo che ogni ragazzo, anche il più “disgraziato” (come diceva don Bosco), sia un piccolo prezioso seme che ha bisogno di un terreno fertile per crescere, di tanta cura, di luce e di attenzione; ma soprattutto di amore, fino a diventare un giorno una pianta forte e robusta; perché nel seme è racchiuso tutto il potenziale della vita affinché porti frutto: il seme ha bisogno di un terreno buono (un ambiente educativo sereno e sano), ha bisogno di acqua e nutrimento  (stimoli positivi nelle diverse dimensioni della personalità), ha bisogno di cura, attenzioni, competenza (educatori, volontari, lavoro personalizzato). Se ci si prende bene cura dei propri “semi” non ci sarà bisogno di un intervento residenziale per aspettare i fiori e i frutti.

In questi 5 anni abbiamo accolto 28 ragazzi di 8 nazionalità diverse, di cui 13 italiani e residenti nel nostro territorio. Sono minori in difficoltà, vittime della profonda crisi economica e sociale che abbiamo vissuto negli ultimi anni. Appartengono a famiglie multiproblematiche ma sulle quali esistono dei margini su cui poter intervenire in modo tempestivo, affinché la situazione di disagio non degeneri in modo tale da dover indurre l’allontanamento dei minori dalla famiglia di origine.

I ragazzi arrivano ogni giorno all’ora del pranzo, dopo aver trascorso la mattina a scuola: si cucina e si pranza insieme, vivendo le attività del pomeriggio di studio e di gioco come una grande famiglia.

Ogni giorno gli operatori lavorano in sinergia con la famiglia di origine dei ragazzi e poi con la scuola e le altre realtà educative che essi frequentano, per contribuire alla loro crescita.

E poi il lockdown:  la nostra quotidianità, come quella di tutti, era improvvisamente cambiata. Ognuno è stato costretto a rimanere nella propria casa. Tutti eravamo disorientati, attoniti per quello che stava accadendo; ma l’esigenza di incontrarci era fortissima. Per cui, fin da subito,  la voglia di sentirci e di vederci, come in tutte le famiglie, ci ha portato a fissare degli appuntamenti: quasi ogni giorno alle 17.00 facevamo merenda insieme, anche se dietro a un monitor, per mantenere vivo il legame che c’è.

Gli educatori e i volontari hanno supportato i ragazzi nello studio e nelle difficoltà quotidiane, le famiglie hanno mantenuto i loro momenti di ascolto e mediazione.  Non ci siamo arresi, non potevamo lasciarli soli.

M. ricorda la sua esperienza in Semi così: “Sono arrivata in semi quando avevo 15 anni, ero una ragazza che voleva fare di testa sua e che voleva prendere le decisioni senza consultare nessuno. La semi mi ha capita e mi ha dato lo spazio di cui avevo bisogno ma, allo stesso tempo, è stata sempre vicino proprio come una famiglia. Ho conosciuto il significato di famiglia, di fiducia e di sostegno. Durante il mio percorso ho potuto imparare tanto da ogni educatore e anche da ogni ragazzo. La semi è come un grande libro che racchiude tante storie dalle quali puoi ricavare forza e insegnamenti. Ora che ho concluso questo percorso, mi mancheranno tante cose ma la  più importante è la sensazione di poter stare in un luogo sicuro. Vi voglio bene e avrete sempre un posto nel mio cuore”.