Don Bosco accompagnatore

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In occasione della festa di don Bosco conosciamo come don Bosco sceglieva il modo migliore per accompagnare i ragazzi che incontrava ogni giorno.

In quest’anno educativo la nostra comunità riflette sul tema dell’accompagnamento. È interessante vedere come don Bosco viveva l’accompagnamento e ci sono alcuni racconti che lui stesso ci ha lasciato su questo. Prendiamo per esempio l’incontro con Michele Magone. La scena si svolge nella metà del 1800 alla stazione di Carmagnola dove don Bosco sta aspettando il treno e si accorge di una banda di giovani, che molestano i passeggeri, tra i quali intravede una sorta di capo. Decide quindi di muoversi per incontrarlo e si butta in mezzo ai ragazzi che fuggono spaventati, tranne appunto il ragazzo, che si fa avanti come un piccolo bulletto.

A quel tempo anche se il vento stava cambiando, il prete era ancora una figura molto rispettata e temuta, specie in campagna dove la scena si svolge. Don Bosco dice al ragazzo che vuol essere suo amico e che vuol giocare con loro; è una pretesa assurda e ridicola per un prete, a quei tempi, ma è un modo per avviare il discorso. Riesce a farsi dire il nome: Michele Magone. Allora anche gli altri si riavvicinano: la tattica ha funzionato. Inizia quindi il dialogo che parte dai sacramenti, domande tipiche che un adulto e un prete poteva rivolgere a un ragazzo; Magone cerca letteralmente di sfottere il prete e crede di riuscirci, finché don Bosco non tocca la parte più materiale della vita del ragazzo (scuola, lavoro, famiglia…). E qui cambia il tono: don Bosco tocca la corda dolente, perché Michele non ha padre e la madre è in grande difficoltà e non sa cosa fare nel futuro. Michele mostra volontà di cambiare vita ma manca di possibilità. E qui arriva la sorpresa: don Bosco ha già in testa di fargli la proposta di accoglierlo a Valdocco, ma lo lascia in sospeso, non gli dice il suo nome e lo rimanda al suo parroco perché sia lui a scrivere a don Bosco. In questo caso fa così perché vuole svegliare le risorse nel ragazzo, aveva visto che c’erano; in altre circostanze don Bosco non farà così il misterioso, anzi al contrario, inseguirà i ragazzi: per ognuno c’è una “tattica” educativa diversa. Tutto alla fine andrà bene, Michele ha veramente volontà e verrà accolto.

È un esempio, un dialogo, in cui però possiamo vedere un percorso intero che conosciamo bene coi nostri ragazzi. C’è un momento in cui si stabilisce il contatto col ragazzo a partire da un interesse o da una richiesta; da lì si cerca di costruire un percorso che vada a toccare le altre dimensioni della persona (familiare, affettiva, e non ultimo quella spirituale), andando a toccare i punti nevralgici, per poi proporre dei percorsi che avviino alla vita. Il tutto ovviamente non in un percorso lineare e consequenziale, ma continuamente mutevole e che necessita di vicinanza. La sfida grande dell’educatore è quella di mettersi accanto e, avendo una idea di dove andare, essere continuamente pronto a mutare percorso a seconda delle esigenze. Don Bosco ce lo ha insegnato, Zi’ Fonso (don Alfonso Alfano, fondatore del Centro Accoglienza Minori) di cui ricorre il primo anniversario della morte, ce lo ha mostrato con l’esempio.