Ero straniero e mi avete accolto

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Torna la Scuola di Mondialità con un incontro dedicato alla risposta cristiana di fronte alle migrazioni.

Di Francesca Maria Pepe

“Ero uno straniero…e mi avete accolto”: capitolo 25 del Vangelo di Matteo, ma in che contesto vengono pronunciate queste parole?  Stiamo parlando degli ultimi tempi, del giudizio universale… ecco questa frase ci interroga sulla possibilità di accogliere o non accogliere l’altro.

Accogliere è una scelta e suor Maria José Rey Merodio, una missionaria di Cristo Risorto che vive al Sacro Cuore, ci ha stimolato a rispondere a cosa facciamo noi, come cristiani di fronte alle migrazioni, a cosa potremmo e cosa dovremmo fare.

Abbiamo cercato di rispondere partendo dal presupposto che la Chiesa è fatta non solo di consacrati e religiosi ma anche di laici e quindi dobbiamo sentirci tutti coinvolti dal momento in cui ci riconosciamo cristiani. Spesso però siamo cristiani poco informati e veniamo criticati di troppo buonismo nei confronti della tematica dell’accoglienza, che è davvero complessa!

Ma la Chiesa è saggia e in realtà ha pensato a criteri sui quali fare affidamento nelle diverse situazioni, criteri che si trovano raccolti nella “Dottrina sociale della Chiesa”. Sì, dottrina SOCIALE della CHIESA: perché non c’è contrapposizione tra umanità e fede, non si può arrivare alla pienezza della propria esistenza senza gli altri, e il modo in cui costruiamo la società influenza questa pienezza.

Nella “Caritas in veritatae” di Papa Benedetto XVI, la carità viene descritta come “la forza propulsiva che spinge ad impegnarsi con coraggio e generosità nel cammino della giustizia e della pace per le persone e per l’umanità intera”, via maestra che va a braccetto con la verità, in quanto non può essere estromessa dal vissuto etico.

Invece, i principi che la Chiesa adotta per affrontare le tematiche sociali sono molti ma noi ne abbiamo messi a fuoco cinque: dignità, giustizia, bene comune, sussidiarietà e solidarietà.

Per quanto riguarda la DIGNITÀ della persona,  a questa è collegata la corretta concezione dell’uomo e del suo valore. È il minimo che andrebbe garantito a ciascuno. Esistono infatti diritti che non sono il corrispettivo di nessuna opera e che esistono solo per il fatto che sei persona, creatura. Quindi a partire dal principio di dignità della persona arriviamo al concetto di essere umano dal quale dipende il proprio approccio all’umanità.

Poi abbiamo parlato di GIUSTIZIA, dicendo che è la misura minima della carità. La base da cui partire, perché poi sappiano che non esistono solo diritti e doveri, anzi! Prima vengono le RELAZIONI di gratuità, misericordia e comunione, le quali rappresentano un passo in più rispetto alla giustizia: sono un DONO.

Riguardo il BENE COMUNE, abbiamo riflettuto sul fatto che siamo immersi nelle relazioni, nasciamo nelle relazioni (basti pensare che chiunque nasce, nasce figlio, nella relazione genitore-figlio).  E allora estendendo dal micro al macrocontesto, siamo arrivati alla conclusione che in una società individualista c’è una manipolazione volta ad ottenere benefici solo per un singolo, e che noi non siamo abituati a pensare al bene comune. Nelle scelte per il futuro raramente (quasi mai) pensiamo a come metterle al servizio degli altri, che ha senso studiare perché poi puoi mettere a servizio le conoscenze acquisite, che il nostro contributo serve per costruire la società.

Sulla SUSSIDIARIETÀ ci siamo detti che è una RESPONSABILITÀ COMUNE DIFFERENZIATA: per ciò ci sono cose che solo io posso fare e se non le faccio nessuno potrà farle al posto mio, e quindi ognuno è importante che faccia la sua parte o mancherà a tutti … e in questo si può apprezzare meglio il valore della diversità.

Infine ci siamo occupati del concetto di SOLIDARIETÀ, ovvero la determinazione nel fare il bene comune. Perché la famiglia umana è UNA! Tutti siamo responsabili di tutti e in questo c’è anche il bene e la pienezza per ciascuno di noi.

La riflessione è stata stimolata poi da un video in cui Papa Francesco che, in un discorso fatto in onore dei 35 anni del Centro Astalli, sottolinea l’importanza del “camminare come un UNICO POPOLO”. Il papa ci ricorda che “il rifugiato ha il volto di Dio” ed è ponte che allarga gli orizzonti e che alla fine “siamo tutti PELLEGRINI e STRANIERI su questa terra; i rifugiati sono paragonati a un dono, e non ad una spesa, perché la loro storia benedice la nostra storia, grazie a loro siamo messi in condizione di fare del bene e riscoprire la nostra comune umanità.

Nella parte conclusiva ci sono state tre testimonianze diverse collegate all’accoglienza.
La prima da parte di Arianna e Lele, una coppia di sposi che ormai da quasi 7 anni partecipa al progetto missionario Sacro Cuore  nel quale si occupano di organizzare delle gite e dei pranzi insieme ai ragazzi rifugiati. Un’esperienza che ha cambiato la loro vita e ha permesso loro di allargare i proprio orizzonti, sperimentare la gioia derivata da un amore gratuito e scongiurare il rischio di, una volta formata la propria famiglia, rimanere ripiegati su questa chiudendosi al mondo.

Altra testimonianza è stata quella di Durata, una ragazza albanese che dopo aver vissuto in prima persona l’esperienza dell’immigrazione, oggi, ormai totalmente integrata nel nostro paese, presta servizio presso la casa Salesiana del Sacro Cuore come insegnate di ballo e come altro può, per aiutare chi sta vivendo ciò che ha passato lei tanti anni fa. Infine Aways, rifugiato somalo, ci ha raccontato la sua storia, di come è stato accolto al Sacro Cuore e di come il suo cuore pieno di odio ha scoperto cosa fosse l’amore e il perdono proprio grazie a suor Maria José e a piccoli gesti come una semplice tazza di tè che dopo tanto tempo lo hanno fatto sentire trattato come un essere umano.

” Il Vangelo ci chiama, ci chiede, ad essere ‘prossimi’ dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: “Coraggio, pazienza!” (Papa Francesco).


PROSSIMO APPUNTAMENTO:
SABATO 17 DICEMBRE ore 16 al Sacro Cuore, via Marsala 42 – Roma

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