Gli zii del mare

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Le difficoltà quotidiane nell'accoglienza raccontate da una famiglia di volontari del Borgo.

Quando ci chiesero per la prima volta di ospitare, per una o due settimane, durante l’estate, nella nostra casa al mare, qualcuno dei ragazzi rispondemmo subito di sì.

…Ma certamente non sapevamo le difficoltà che avremmo incontrato, la gioia che avremmo provato, i legami ancora più stretti che avremmo instaurato. Avevamo visto nascere la Casa Famiglia ed avevamo accolto insieme agli educatori i primi ragazzi ed ogni giorno c’era l’occasione di incontrarli… eppure… averli a casa con noi non è stata la stessa cosa!

Fin dalla prima esperienza ci siamo trovati a dover rimettere in discussione i nostri “metodi educativi”, che avevamo sperimentato e che avevano funzionato con le nostre figlie. Abbiamo ben presto capito che, provenendo da esperienze diverse, non era tutto così scontato. Che fatica motivare e trovare delle giustificazioni, per spiegare tutte le abitudini della vita in comune, sperimentate negli anni e ormai consolidate.

Ad esempio eravamo abituati, e lo siamo ancora, ad autogestire la distribuzione del cibo: ognuno prende nel suo piatto la quantità che ritiene necessaria, stando attento che ce ne sia per tutti; ebbene, se non si è stati abituati a ciò, ma si viene da un’esperienza in cui la possibilità di mangiare non è garantita tutti i giorni, allora diventa difficile e non spontaneo preoccuparsi anche degli altri. Anche i differenti ritmi della giornata a volte erano oggetto di scontro-confronto: ad esempio, il momento di andare al mare, la necessità di svolgere servizi comuni, o piccole attività di manutenzione erano scontate per la nostra famiglia, ma potevano costituire un’imposizione non sempre facilmente accettata.

Un anno furono tre i ragazzi. Tutti stranieri, con qualche piccola difficoltà anche per la lingua. Quindi usanze, tradizioni e religioni diverse, per cui abbiamo dovuto adattarci gli uni agli altri, ma anche allora l’esperienza è stata arricchente e ci ha aiuto a crescere. Poi via via, negli anni successivi, c’è sempre stato qualche “nipote” temporaneamente acquisito (perché “nipote” è “bello” e “normale” di fronte agli altri).

Tanti ragazzi, tutti così diversi, ognuno con la propria storia non sempre conosciuta, ma a volte spontaneamente confidata durante il vivere insieme, tutti comunque uguali nell’evidente bisogno di affetto e di punti di riferimento. A volte ci chiediamo se si riesce, con queste esperienze così limitate nel tempo a contribuire ad alleviare sofferenze e traumi, piuttosto che ad imporre la convivenza con regole per loro non sempre familiari e a volte difficili da comprendere e spinti a rispettarle solo per gratitudine dell’ospitalità gratuita. Tuttavia siamo convinti che un’esperienza di famiglia, pur con i suoi limiti, possa aiutare questi ragazzi a conoscere una realtà che a volte è stata loro negata. Sicuramente con questi ragazzi abbiamo instaurato un legame più profondo, proprio perché il vivere insieme (anche solo per una o due settimane) aumenta la conoscenza e la confidenza.

Qualche volta l’esperienza non è stata per noi “facile”, ma ancora oggi scorrendo i loro volti li ricordiamo tutti indistintamente con affetto e tenerezza.

 

 

Gabriele e Manuela Malavasi

 

Testo tratto da: “ACCOGLIERE PER PREVENIRE . Lo svilupppo di servizi promozionali nel disagio minorile”, a cura di Roberta Martufi e Roberta Pontri, EcEdizioni, gennaio 2012.

 

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