IL DELICATO LAVORO CON LE FAMIGLIE AFFIDATARIE

Le riflessioni di una psicologa del Borgo Ragazzi Don Bosco
“Se potessi riassumere la mia esperienza al Borgo Ragazzi Don Bosco, la intitolerei: esperienza di crescita”. 

 di Gianna de Palma

Il mio primo contatto con il Borgo Ragazzi Don Bosco è avvenuto in occasione del mio tirocinio, previsto all’interno del corso di specializzazione e mi fa sorridere il ricordo dei primi incontri con i diversi referenti del progetto. Ho potuto esperire fin da subito accoglienza e sintonia, a prescindere dai background formativi e dalle storie personali, avvertivo famigliarità e condivisione di intenti e valori.

 

Attualmente la mia collaborazione in qualità di psicologa riguarda due progetti del Borgo Ragazzi Don Bosco: il Movimento Famiglie Affidatarie  e SOS-Ascolto Giovani. In particolare mi occupo di formazione e sostegno individuale e di gruppo.

Nonostante la mia vocazione come professionista fosse inizialmente orientata verso i giovani, la mia direzione e la mia specificità all’interno del Borgo Ragazzi Don Bosco si è rivolta sempre più verso la famiglia. Questo mi ha resa sempre più convinta che il benessere del ragazzo passa anche attraverso la cura e il sostegno della sua famiglia.

 

Prima di individuare i “fattori curativi” che hanno caratterizzato le relazioni con i genitori di adolescenti e di tante famiglie affidatarie, non potrei trascurare ciò che apparentemente resta sullo sfondo del mio lavoro, ma che in realtà rappresenta il contenitore e la base sicura dove poter lavorare: la Comunità del Borgo Ragazzi Don Bosco; la sua vita e la sua anima certamente influenzano le relazioni.

È opportuno parlare della comunità che accoglie e sostiene, poiché anche chi opera, percepisce un clima sicuro che facilita sempre più un’acquisizione di competenza ed una crescita personale in generale.

Sia durante un corso di formazione, sia al mio primo appuntamento con una nuova famiglia affidataria o durante un colloquio con un’assistente sociale, mi capita di scorgere nei loro volti e nelle loro parole lo stupore e la meraviglia di respirare una percezione positiva del contesto in cui li accolgo.

I valori che si respirano all’interno del Borgo Ragazzi Don Bosco sembrano facilitare maggiormente il contatto e la relazione con l’altro; sembra che la fiducia, l’accoglienza ed il senso di responsabilità siano alla base dei valori che circolano. La forza che se ne trae è tale da sentirsi sostenuti nel sostenere, riuscendo a trasmettere gli stessi valori che ricevi in dono, in un interscambio.

 

La mia riflessione riguarderà la modalità con cui scelgo di accompagnare l’esperienza di affido della famiglia.

Se sostenere significa rispondere a tutti quei bisogni che permettono alla famiglia affidataria di portare a termine il progetto di affido avviato, ed eventualmente di riproporsi per altre esperienze di accoglienza, in qualità di professionista sono chiamata ad effettuare una vera e propria analisi della domanda, decodificando i reali bisogni delle famiglie e confrontarmi in un’équipe multidisciplinare sul tipo di risposte che si possono offrire.

Tutte le azioni specifiche del sostegno sono finalizzate a rafforzare le competenze già possedute e ad implementare abilità e capacità genitoriali nuove.

Ogni famiglia sarà una potenziale risorsa per quel bambino, se sarà disposta ad una crescita; pertanto un attento sostegno individuale e di gruppo alla genitorialità offre alla famiglia la possibilità di:

  • approfondire la conoscenza dei propri bisogni, delle proprie caratteristiche e delle dinamiche familiari;
  • comprendere ed accettare la situazione di difficoltà della famiglia del minore promuovendone le risorse;
  • acquisire le competenze necessarie e relazionarsi all’interno delle rete dei servizi e di un progetto condiviso;
  • divenire maggiormente consapevoli delle proprie modalità di espressione dell’affettività nei confronti del minore accolto e della sua famiglia, nell’ottica di una promozione dell’ecologia degli affetti.

 

Ciò che sento di offrire ogni volta che incontro un genitore è l’accoglienza. Ho una verità, che generalmente mi accompagna e mi guida, soprattutto nella fase iniziale dell’incontro e che traspare attraverso il mio atteggiamento e i miei sentimenti: “è benvenuto chiunque in un certo momento della propria vita ha fatto la scelta di uscire dalla solitudine chiedendo aiuto”.

È un gesto di coraggio che, se riconosciuto e sorretto, può alimentare la fiducia e creare le condizioni favorevoli per riaccendere la speranza! Se la solitudine è l’origine della sofferenza, intesa come smarrimento e disperazione, la persona che sceglie di incontrare un altro essere umano, o un professionista nella relazione di aiuto, ha già di per sé attivato un’efficace strategia di coping per andare verso una risoluzione dei problemi.

Ed io ho il dovere e l’obbligo di offrire ascolto e accoglienza!

 

Come realizzo tutto questo? Non lo lascio al caso! Utilizzo i miei strumenti intenzionalmente e con responsabilità, facendo del mio meglio per non deludere chi chiede aiuto.

Premetto che i genitori affidatari che ho incontrato posseggono generalmente delle attitudine personali e di cura straordinarie per semplicità, generosità, apertura e amore, oltre ad avere una spiccata maturità ed intelligenza emotiva. Gradualmente la maggior parte si rende disponibile ad intraprendere un percorso di formazione continua divenendo sempre più competenti.

Nella complessità dell’esperienza di affido e nelle varie sfaccettature in cui si sviluppa, alcune delle persone affidatarie corrono il rischio di autoreferenzialità. Diventa fondamentale costruire sin dall’inizio un’alleanza di lavoro, in cui due esperti possono costruire insieme uno spazio per incontrarsi e per sostenere la fatica di tale impegno. Ho la profonda convinzione che l’altro non cambia, se non lo accetto completamente, e questo è fondamentale per la crescita. Man mano che aumenta la conoscenza reciproca e la fiducia, ciò che rende efficace il mio intervento nella relazione d’aiuto è la qualità della relazione.

 

Le tematiche su cui si snoda la trama dell’esperienza di affido, fanno riferimento principalmente a quel delicato compito del genitore affidatario che si trova a decodificare e comprendere i bisogni del bambino/adolescente per sintonizzarsi, riposizionandosi mantenendo una relazione efficace, che funziona e che cura.

Il bambino ha appreso un modo di stare nella relazione, con le sue figure significative, che seppure disfunzionale ed incomprensibile ha avuto un significato. Nella nuova relazione con la famiglia affidataria i comportamenti non sono sempre efficaci, per costruire relazioni più costruttive. Nella relazione provo ad essere ciò che quel genitore in qualche modo ripropone con i figli naturali e/o affidatari. Più che da esperta di affido, incontro un altro essere umano, con la mia umanità e lo accetto in modo da accoglierlo con atteggiamento di calore, di affetto e di cura, valorizzandolo. Rispetto la sua storia che è unica ed irripetibile!

Accetto e ho fiducia, anche quando una persona appare rigida, aggressiva, giudicante, manipolativa, falsa! Ciò che mi aiuta è la consapevolezza che questo modo di essere avrà un senso per la sua sopravvivenza. Anche quando mi sembra poco funzionale, rispetto i suoi tempi, i suoi pensieri ed i suoi sentimenti. Come sostiene Carl Rogers, mettere “la persona al centro” non è solo avere buon cuore, ma è anche e soprattutto applicare una buona scienza.

Possono riconoscere di aver avuto, senza alcuna distinzione, un profondo interesse per i pensieri ed i sentimenti di ogni genitore. Nel comunicargli comprensione, lo incoraggio ad andare oltre ed in profondità. Nell’illustrargli il suo mondo esperienziale gli offro comprensione e riconoscimento.

L’accuratezza di tale comprensione non è così rilevante o più significativa della mia disponibilità ad essere corretta, riconoscendo i miei errori mentre cerco di comprendere. Così riesco a costruire un rapporto che si approfondisce sempre di più, basato sul rispetto reciproco.

 

Ho imparato ad aver coraggio, ad essere autentica, a non nascondermi dietro la “maschera della professionalità”, cercando di tenere nascosto quello che sento. Mi sono allenata ad essere in contatto con i miei sentimenti e sono pronta ad esprimerli, non in modo impulsivo dicendo tutto ciò che mi passa per la mente, ma quelli che mi sembrano significativi all’interno di quella relazione. “Essere presenti dà presenza all’altro”.

In questi anni dalle famiglie ho imparato il senso del limite. È necessario accettare quello che siamo, uscendo dalla fantasia di voler essere quello che non siamo. Ho anche imparato che la mia professione non può essere slegata dal contesto sociale, politico e storico nel quale le famiglie scelgono di aprire il loro cuore ad un bambino. Il senso del limite è davvero un grande dono, ancora di più per chi vuole spendersi nella relazione di aiuto. Nell’offrire, insieme ai miei limiti, la passione per quello che faccio, ho ricevuto in cambio la gratitudine, l’umiltà, il sacrificio, l’impegno, la fragilità, i sorrisi e le lacrime.

Ho conosciuto la soddisfazione di chi non smette mai di mettersi in gioco e che accetta la sfida di rimettere in discussione le proprie certezze, il proprio equilibrio, per affermare con forza la cultura della solidarietà, dei legami e delle relazioni, per “prendersi cura”.