I primi 65 anni del Borgo Ragazzi don Bosco

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Una grande opera assistenziale, educativa, umana e di solidarietà

di Luciano Di Pietrantonio – 16 luglio 2013

“Il 18 luglio 1948, non si ricorda solo perché Bartali vinceva la sesta tappa al Tour de France o il nostro paese stava tornando alla normalità dopo l’attentato a Togliatti, ma anche perchè fu solennemente inaugurato, dal Card. Pizzardo, dal Sindaco di Roma Rebecchini, da una folta schiera di autorità, benefattori, amici e dame patronesse, il Borgo Ragazzi di Don Bosco. Realizzato nella città di Roma, in una parte dell’area demaniale disponibile dello Stato, nell’ex Forte Prenestino, sulla strada consolare romana omonima.”

Oggi a distanza di 65 anni, da quell’evento voluto e sostenuto dai Salesiani, che caratterizzò e trasformò la vita di tanti giovani, delle periferie e delle borgate romane, che avevano vissuto il dramma della guerra, torna alla memoria – e sono in molti ancora a chiedersi il perchè – come è stato possibile realizzare, attraverso il Borgo, quella realtà definita dalle cronache dell’epoca, una speciale “ città dei ragazzi”?

Nel giugno del 1944, con l’arrivo degli alleati cessava a Roma lo stato di guerra. Non più pericolo d’incappare nelle retate tedesche, non più segnali d’allarmi e fuggi fuggi nei ricoveri, non più coprifuoco, non più nella notte, buio pesto nelle strade. Dopo cinque anni di vita nascosta, o quasi, piena di disagi, di privazioni, di pericoli, di ansie, era possibile respirare tranquillamente (anche se tutto era ancora tesserato, se il pane scarseggiava, e il benessere non si sognava neppure a lunga scadenza); si potevano vedere in viso gli abitanti della città, leggere qualche cosa sui loro volti. I giorni tragici avevano lasciato un’orma su tutti, orma che, per alcuni era di demoralizzazione e sfiducia, per altri di egoismo acuito nel disperato anelito di sfuggire al carcere, alla deportazione, alla morte, per altri di abbandono al materialismo, al vizio, al furto, per altri ancora di sofferenze nobilmente sopportate. In quel contesto c’era una nuova “categoria”: i ragazzi abbandonati a se stessi, una gioventù senza futuro. Ad alcuni i parenti sono morti nei mitragliamenti o in azioni belliche; altri sono stati lasciati momentaneamente in alloggi di fortuna, mentre i genitori andavano a sistemare la casa prima di richiamarli. “Orfani, smarriti, immigrati, giovani e giovanissimi, che per sopravvivere cercavano di adattarsi a tutto”. Molti divennero Sciuscià, i lustrascarpe dello straniero, anche se “ alleato o liberatore”. Il loro quartier generale era la Galleria di Piazza Colonna, parte della popolazione è divisa, su questa drammatica situazione, da due sentimenti opposti: il disprezzo e la pietà. Questi ragazzi esprimono una volontà indiscutibile di fare, di guadagnare, dei rendersi utili, anche se talvolta, per raggiungere lo scopo, si piegano a contatto di vizi e spesso li alimentano.

Questo il contesto che veniva denunciato con forza da molti sacerdoti, ed alcuni pensarono che per risolvere, ed a iniziare ad arginare “ l’emergenza gioventù, frutto della guerra e della miseria,” venne usata l’espressione, che sembrava scaramantica: “ Ci vorrebbe un Don Bosco.” “Egli non promoverebbe comitati, non stamperebbe manifesti, non terrebbe conferenze. Andrebbe per le strade della città e accoglierebbe due bambini, dieci giovani, cento fanciulli, e li porterebbe a casa, in una casa. I conti li farebbe dopo, c’è sempre tempo per fare i conti.” Significativo fu l’interessamento di Pio XII, Vescovo di Roma, che manifestò il suo desiderio con queste parole: “Dite ai Salesiani che desideriamo ch’essi si prendano cura di questi ragazzi abbandonati o traviati e facciano quanto Don Bosco ispirerà loro.” Ricordiamo che Don Bosco nell’800, era accorso a cercare i ragazzi, scesi dalle province a cercare fortuna nella capitale del Piemonte, a Torino, così ora, continuando la missione della sua Congregazione, accorse per mezzo dei Salesiani suoi figli, a curare gli Sciuscià nella Capitale d’Italia. Il numero degli Sciuscià e non solo, che accorrevano nei cortili dei Salesiani al Sacro Cuore, presso la Stazione Termini, al Mandrione, presso la Stazione Casilina, al Testaccio, alla Casa di San Callisto presso le Catacombe, al Travertino, al Pio XI, presso la Stazione Tiburtina, ecc. diventava sempre più grande e i cortili non bastarono più. I parroci di molti quartieri collaborarono con i Salesiani. In questi ambienti, anche di fortuna, la periferia di Roma, povera, provata, mandò là molti dei suoi figli perché fossero sfamati, vestiti ed educati, ma l’esercito dei ragazzi assistiti era sempre più numeroso, occorreva trovare nuovi spazzi e nuove sistemazioni.

Un giorno alcuni giovani salesiani che si erano spinti nel cuore delle borgate periferiche, furono avvinti da uno spettacolo: a due passi dal Quarticciolo, a poca distanza dal Tiburtino III, dalla Borgata Gordiani, da Centocelle, da Tor Sapienza, sorgeva una distesa di capannoni in fila come vecchie sentinelle, come soldati in attesa. “ Qui sarà la casa dei nostri ragazzi!” essi dissero, e iniziò la grande gara di solidarietà  per  trasformare, gli Sciuscià e i  tanti giovani sfortunati,    in  “ Ragazzi di Don Bosco.” Dopo un anno, quel luogo che si chiamava “ Forte Prenestino,” fu ceduto all’Opera Salesiana, l’ubicazione della “ nuova opera” si poteva definire strategica. E’ al centro di Borgate popolari e popolate. A marzo del 1947, l’inizio ufficiale dei lavori e il 22 marzo 1948, il trasloco da via Marsala e via Varese con tutte le masserizie. Insieme ai giovani, Don Biavati – Direttore del Borgo, Don Pace e tanti sacerdoti, chierici e amici del Sacro Cuore. Dopo una settimana il Forte Prenestino, uso a vedere soldati, vide una nidiata di circa mille ragazzi che guardavano al futuro. Poi l’inaugurazione e la benedizione del Borgo, di quella storica domenica del 18 luglio 1948. E ancora tanto lavoro per migliorare l’assistenza e lo stare insieme in quel villaggio: i dormitori, i letti, i refettori, le scuole, la chiesa, il salone teatrale, la palestra, i laboratori, le officine per anche imparare un mestiere (tipografi,falegnami, elettricisti, aggiustatori,ecc.) e gli ampi e spaziosi cortili per i giochi e per pratiche sportive, oltre che accogliere tutti i giorni, centinaia di giovani interni ed esterni.

Occorre ricordare alcuni sostenitori del Borgo, come Pio XII, mons. Montini, Sostituto della Segreteria di Stato, il futuro Papa Paolo VI, molti uomini di Chiesa, come i Card. Marchetti Selvaggiani e Poletti, delle istituzioni, che si sono succeduti negli anni, dal Governo agli Enti Locali, la Principessa Elisabetta d’Inghilterra, che è l’attuale Regina, diversi Capi di Stato, attori famosi come Tyron Power, le Ambasciate, come quella degli Stati Uniti, e tante altre, che hanno conosciuto l’esperienza, la specificità del modello educativo e culturale salesiano, per l’inserimento dei giovani nella vita sociale.

Un ruolo importante è quello testimoniato dagli ex-allievi, che dopo aver vissuto gli anni della formazione nel Borgo Ragazzi Don Bosco si sono inseriti nel mondo del lavoro, e oggi continua il loro legame con l’Opera, collaborando e rendendosi disponibili per le attuali esigenze del Borgo. Giovanni Paolo II, il 29 marzo 1998, in visita pastorale alla Parrocchia del Borgo “ Gesù Adolescente,” sulla via Prenestina, era atteso da una folla enorme, quando si rese conto che nella Chiesa potevano entrare un decimo dei presenti, ordinò di allestire un altare da campo nei campi sportivi, fra lo sgomento del seguito e della sicurezza, infrangendo il cerimoniale e dando la possibilità a tutti i presenti di partecipare alla Santa Messa. Nell’omelia disse: “I giovani sono il futuro dell’umanità. Preoccuparsi della loro maturazione umana e cristiana rappresenta un prezioso investimento per il bene della Chiesa e della società.”

Alcuni numeri per conoscere meglio la missione del “Borgo Ragazzi Don Bosco”: sono 62 mila, i minori accolti e sostenuti dal 1948 ad oggi; 1.000, i minori che ogni anno usufruiscono liberamente delle strutture oratoriali; 70, i volontari che si adoperano per la formazione umana e spirituale dei giovani; nel centro di formazione professionale: 300, i minori che ogni anno vengono ammessi ai corsi; 9.500, i minori accolti e sostenuti dal 1952; 200, le aziende coinvolte nella proposta formativa; 35, i professionisti tra formatori e ausiliari che operano all’interno dell’area.

In 65 anni, la nostra società si è profondamente trasformata, ma lo spirito della filosofia educativa salesiana si adegua ai tempi, oggi esistono tre aree educative: accoglienza e tempo libero, formazione professionale, disagio ed emarginazione. Inoltre il Centro Diurno, che si occupa di minori italiani e stranieri; la Casa Famiglia, per i minori con situazioni di disagio personale e familiare; SOS Ascolto Giovani per preadolescenti, adolescenti e famiglie in difficoltà, oltre ad altri servizi. Nella storia e nel vissuto attuale del Borgo, si può forse leggere il futuro, perché come affermava Don Bosco: “Dalla buona o cattiva educazione della gioventù dipende un buon o triste avvenire della società…” e in una fase in cui sembra mancare la speranza, pensare a come è stato costruito il “Borgo Ragazzi Don Bosco” può aiutare ad essere ottimisti.

Testo tratto da: abitarearoma.net

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