La sfida di restare CONNESSI ai bisogni dei ragazzi

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Il Borgo Ragazzi don Bosco ha incontrato il mondo virtuale dei social in un interessante seminario “Social e adolescenza” tenutosi qualche giorno fa. L’incontro è stato condotto da Giovanni Fasoli, docente di Psicologia dell’adolescenza e psicopatologia della realtà virtuale presso lo IUSVE.

La riflessione generale che ha guidato l’incontro è stata rivolta alla relazione con i ragazzi, impossibile se da educatori non conosciamo il loro mondo e non siamo in grado di capire i loro slang e comportamenti, anche virtuali.

L’attenzione è stata concentrata sulle motivazioni che spingono i ragazzi a restare connessi e i bisogni psicologici e relazionali che cercano di soddisfare attraverso l’uso delle nuove tecnologie.

Motivazioni e bisogni sono vari quanto vario è il genere umano: in nessun manuale diagnostico di psicologia si parla di web addiction, poiché le caratteristiche sono così varie da rendere impossibile una riduzione a sintomi tipici. Sono necessari quindi ulteriori studi in questo settore.

Tre i punti chiave della vita social:

  • identity work: la definizione della propria identità è la sfida per eccellenza dell’adolescenza. I social contribuiscono ad affermare la propria identità in un continuo definirsi e ridefinirsi attraverso contenuti (post, foto, video …);
  • looking-glass self (l’Io riflesso): l’identità di una persona è il risultato delle interazioni interpersonali nell’ambito sociale e di ciò che gli altri percepiscono di noi;
  • sharing (condivisione): uno dei bisogni di base dell’essere umano è l’essere sociale, dallo zoon politikon di Aristotele alla frase decisamente più recente “la felicità è reale solo se condivisa” citata in Into the wild.

Il selfie è un atto sociale, un lavoro sulla propria identità offre la possibilità di lavorare sul riconoscimento e su se stessi. Non c’è da stupirsi allora che esistano fenomeni come il Vamping (vampireggiare, star svegli fino all’alba col telefono in mano, per chattare o controllare le view ai propri post), la FoMO (Fear of Missing out, la paura di essere tagliati fuori, una preoccupazione compulsiva per la perdita di un’opportunità di interazione sociale), il Phubbing (controllare continuamente lo smartphone, trascurando la persona reale del momento presente).

I ragazzi di oggi vivono in un mondo sempre più social che, per essere compreso, richiede competenze comunicative e relazionali specifiche. L’educatore deve ricorrere a una costante auto-formazione critica, perché solo così sarà realmente in grado di decifrare i messaggi che i ragazzi affidano ai loro post e agli hashtag e comprendere fino in fondo il contesto sociale in cui si trova a operare.

Ma se questi sono gli atteggiamenti tipici dei ragazzi della net generation, possiamo dire davvero che riguardino solo loro?

Una provocazione si rende necessaria: gli educatori come usano i social?

E tu, come li usi?