Un luogo dove poter sempre tornare

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Florin è un ragazzo che proviene dal campo rom di via Salone; il Borgo don Bosco ha trasformato la sua vita

Florin è un ragazzo che proviene dal campo rom di via di Salone (Periferia Est di Roma); vive con i genitori e con tre fratelli, di cui uno sordomuto. Arriva al centro 4 anni fa per prepararsi al conseguimento della licenza media, inviato da Ermes, una cooperativa che si occupa della scolarizzazione dei ragazzi rom nel campo. Conseguita la licenza media, decide di frequentare il corso di ristorazione, per coltivare la propria passione culinaria: il credito che porta alla licenza media, è proprio una ricetta tipica del suo paese, la Romania.

Dimostra subito di essere un ragazzo volenteroso, disponibile, con una simpatia assolutamente contagiosa. Questo gli permette di intraprendere anche un percorso di teatro, tanto da far parte di uno spettacolo di beneficienza organizzato da Roberto Sinagoga (il menestrello di “Notre Dame de Paris”), teso a coinvolgere alcuni ragazzi del Borgo a fare dell’esperienza teatrale un momento di crescita personale (sia relazionale che di impegno). Per Florin è stata una bellissima esperienza, soprattutto perché si è sentito “riconosciuto” per le sue capacità.

Dopo aver ottenuto 7/10 nell’esame di ristorazione, inizia il tirocinio e poi una borsa lavoro per 6 mesi presso la Mensa Solidale del V Municipio, terminata lo scorso maggio. Il suo percorso lavorativo in mensa è stato monitorato continuamente dal Centro Minori del Borgo, perché malgrado la sua esuberanza, dimostra di essere anche molto insicuro e quindi non ancora pronto per il mondo del lavoro. Il tirocinio prima e la borsa lavoro poi consentono a Florin di raggiungere maggiori sicurezze e competenze professionali. Mentre lavora, frequenta nel pomeriggio anche un corso LIS (Lingua dei Segni) per affinare la comunicazione con il fratello sordomuto.

La famiglia di Florin, all’interno del campo, si distingue da tutte le altre: il papà lavora, è un uomo di cultura; il loro modo di pensare è diverso rispetto al prototipo delle famiglie rom: l’accoglienza è più attenta, non solo nei confronti dell’ambiente (roulotte pulita e profumata) ma anche nei confronti delle persone (non c’è quel gran viavai tipico dei campi rom); nessuno dei fratelli è sposato, anche se il matrimonio è previsto in giovanissima età: il matrimonio non è nei progetti di Florin, ma neanche nei progetti dei suoi genitori. Non credo che questa voglia di differenziarsi sia un modo di rinnegare le proprie origini, ma solo un modo per sottolineare di essere diverso dagli altri. A volte, insieme ad altri ragazzi rom, fa alcune battute tipo “Oh la fermata dell’autobus era piena di zingari!” e poi ride come per dire “Lo siamo anche noi”. Forse soffre di questa situazione ma nella misura in cui si generalizza sui rom. Ad esempio, nella famiglia di Florin non c’è nessuno che ha o ha avuto problemi con la giustizia. Cosa che invece è routine nelle altre famiglie del campo. Malgrado, però, ne soffra non perde mai la sua gioia e il suo modo di essere solare. Ama stare in mezzo alla gente. Trovare famiglie che escono fuori da questo target è molto raro, anche se il trend sta cambiando.

Questa sua voglia di differenziarsi emerge in modo molto forte: è raro trovare nei campi rom esempi di ragazzi che sono “riusciti ad emergere”. Chi prova a farcela, spesso viene risucchiato dalla vita del campo: quando ti trovi ad avere fratelli in prigione e genitori malati, l’unica soluzione immediata per sopravvivere è dedicarsi a qualche furtarello, malgrado le buone intenzioni! In questo senso, la famiglia di Florin ha inciso molto sulla sua formazione: non ha esempi negativi in famiglia; ed in lui si vede non solo la motivazione, ma anche la costanza nel crederein queste possibilità di riscatto. A prova di questo, Florin sta facendo una borsa lavoro presso “Checco lo Scapicollo” che sta sulla Laurentina: nonostante la distanza e la fatica (a volte, nel turno serale, fa anche chilometri a piedi per tornare a casa) non viene mai meno al suo impegno costante nel lavoro. Il progetto delle borse lavoro prevede che lo stipendio del ragazzosia a carico del Centro e non dell’azienda che lo accoglie. Questo per permettere ad alcuni ragazzi (che spesso nelle aziende non sono voluti da nessuno) a sperimentare il mondo del lavoro, ma anche a far “ricredere” alcuni imprenditori sui propri pregiudizi sociali (infatti, alla fine della borsa lavoro, spesso i ragazzi vengono assunti).

La cosa che mi colpisce di lui è quello di vedere come Florin si senta veramente parte di questo posto, anche se adesso viene molto meno spesso. Ad esempio, in alcune occasione come per la festa di don Bosco, abbiamo chiesto ai ragazzi di prestare il proprio servizio in modo totalmente gratuito: Florin ha sempre abbracciato questa proposta con forza, “c’è stato” e questo a me arriva come il fatto che si sia veramente sentito a casa, si sia sentito accolto ed amato, e che questo sia un posto dove può sempre tornare e ritornare quando ne sente il bisogno. E poi la sua costanza nell’impegno e la sua gioia!