Vogliono solo essere apprezzati

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Parla Renato, allenatore ed educatore che dai ragazzi trae preoccupazioni, ma anche gioia

«Sono Renato, ho 45 anni e frequento il Borgo da quando ne avevo 10. Sono entrato al Borgo accompagnato da mio padre, che mi portava la domenica mattina a messa e poi ci fermavamo a giocare. Ho giocato nei campionati dell’Oratorio fino all’età di 15/16 anni, poi ho iniziato ad interessarmi di sport come allenatore: mi era stato chiesto di essere dirigente/allenatore della nascente sezione di calcio A5 e l’ho fatto per tantissimi anni».

 

TUTTI SI DEDICAVANO AI PIÙ PICCOLI. «Una cosa che mi ha sempre colpito del Borgo è che tutti si dedicavano ai più “piccoli”. Questa cosa mi è entrata nel cuore, perché anche quando ero piccolino io, non si giocava con i grandi ma coi più piccoli: farsi accettare dai grandi era difficile e siccome io ero predisposto a giocare con quelli della mia età o con quelli più piccoli, io andavo volentieri verso i più piccoli. E questa attitudine poi l’ho mantenuta nel tempo.»

 

DAL MURETTO AL LAVORO DI FORMATORE. «Qui mi sono trovato sempre bene e ho ritrovato amici di vecchia data, con cui abbiamo fatto comitiva, quella “del muretto”. È stata una bellissima esperienza che dura ancora oggi: con questi amici ci incontriamo in un gruppo di formazione per famiglie: ognuno di noi ha una famiglia, dei figli (parecchi!) ed alcuni di noi hanno la fortuna di lavorare nel Borgo come operatori. Io sono formatore nel Centro di Formazione Professionale da circa 10 anni; accompagno i ragazzi nella crescita personale e professionale. Scegliere di fare il formatore qui al Borgo Ragazzi Don Bosco, mi ha permesso di continuare a vivere questo ambiente cercando di essere utile.»

 

LORO MI EDUCANO. «I ragazzi che incontro tutti i giorni mi danno tante preoccupazioni, tanto da fare, ma anche tantissima gioia, perché vedere dei ragazzi che entrano qui senza avere chiara la loro prospettiva di vita e magari rivederli dopo qualche anno, quando tornano a trovarti contenti, ringraziandoti perché hanno un buon lavoro, hanno una buona relazione con una compagna, una moglie, dei figli, ti ripaga di tutte le amarezze e le difficoltà che incontri nel cammino di tutti i giorni. E poi i ragazzi ti danno sempre una carica in più. Non sono solo io ad educare loro ma che sia una cosa biunivoca: io educo loro, ma loro educano me, ogni giorno, a capire le richieste dei ragazzi, che anche se cambiano nel tempo, in realtà cambiano solo nella forma. In sostanza, i ragazzi vogliono solo essere apprezzati per quello che sono.  Auguro al Borgo di vivere almeno altri 65 anni, perché è una realtà vera, vivente, che vive per i suoi giovani; e finché ci saranno i giovani, ci sarà anche il Borgo.»