Federico Buffa: il basket è dei salesiani

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Ore 20.15: ci accorgiamo che qualcosa sta succedendo perché vediamo uno strano movimento tra i ragazzi. “Eccolo!” – “Dove?”. Allungo lo sguardo e lo vedo seduto tra gli animatori dell’Estate Ragazzi. È lui, Federico Buffa, noto volto di Sky Sport, con il suo giubbino di pelle, che si intrattiene con i suoi giovani fan.

È così che si apre la serata del 29 giugno 2015, al Borgo Ragazzi Don Bosco. Pur essendo un giorno di festa per Roma, la platea è gremita: più di 500 persone, per la maggior parte ragazzi, giovani, curiosi ed appassionati di colui che di storie ne racconta e ne condivide tante!
Dopo qualche battuta scambiata con don Giorgio Mocci, direttore dell’Oratorio–Centro Giovanile, e con Antonello Assogna, presidente della Polisportiva Borgo Don Bosco, Federico Buffa inizia il suo racconto, scendendo dal palco e confondendosi tra la gente: racconta la nascita del Borgo e il secondo dopoguerra con tutte le sue difficoltà. «Questa è una storia per certi versi commovente. Sono nato nel 1959 e faccio parte di una delle prime due generazioni di italiani che non sono andate in guerra […] Ma nel ‘45, quando questa storia comincia, era appena finita la seconda guerra. Non eravamo sicuri innanzitutto che ci fossimo ancora tutti». Bisognava, infatti, capire chi era morto sotto i bombardamenti e chi era, invece sopravvissuto. A Roma, ce n’erano tanti di sopravvissuti, soprattutto bambini e ragazzi scampati alla guerra e rimasti orfani e poveri di tutto. Erano gli sciuscià, romanizzazione della parola anglosassone shoeshine, cioè lustrascarpe, portati alla ribalta da Vittorio de Sica nel ‘46, con il film omonimo. «L’idea di portare i ragazzi dalla strada ad un altro contesto parte paradossalmente dal 1600, parte dalla Francia, una Francia controriformista, apparentemente lontana, dove un signore che si chiamava San Francesco di Sales, ispira un giovane piemontese, diventato sacerdote piuttosto presto, di nome don Bosco».

Buffa prosegue il suo racconto mettendo in evidenza come don Bosco, organizzando i salesiani secondo i principi di San Francesco di Sales, da cui prendono il nome, attribuisce alla congregazione una marcia in più: insegnava, infatti, la bonomia ovvero quella bonarietà, quella capacità di essere mite e buono d’animo. «Mi accorsi di questo quando, a 15 anni, la squadra del mio oratorio giocava contro la squadra dei salesiani; si notavano subito le differenze: il nostro “don” era  repressivo, ci trattava malissimo, al contrario di quello salesiano che era molto più disponibile. Inoltre, le squadre salesiane erano sempre le più forti: a basket si stava sotto sempre di 20/25 punti». E parlando del basket e della sua esperienza di giornalista negli NBA, ricorda di quanto il basket sia stato importante per i salesiani. «Il basket è dei salesiani»: pur essendo importato dagli americani – era uno sport in voga soprattutto in quelle città dove c’erano basi militari americane, tipo Livorno e Trieste – i salesiani lo hanno fatto proprio e lo hanno messo al servizio dei ragazzi.

«Nel ‘45 i ragazzi di strada vengono portati a Via Marsala, ma il numero è talmente alto che tutti lì non ci possono stare. Bisognava  trovare un altro luogo. È qui che entra in gioco un personaggio fondamentale per la nostra storia: Giovan Battista Montini, passato alla storia con il nome di Paolo VI. […] Montini è un uomo, intelligente, colto, lucido e pensa che l’idea dei salesiani sia la migliore idea possibile: convogliare i giovani di Roma, che sono tanti, troppi, verso uno sport, ma anche dandogli la possibilità di vedere il mondo da un’angolazione diversa, di poter essere istruiti, di poter essere salvati. Sa di questo posto, un vecchio forte militare, che all’epoca era veramente “lontano” dal centro della città. Qui viene organizzato “il Borgo”  perché era talmente grande da poter essere definito come un piccolo paese. Non solo: Montini, proprio in qualità del suo ruolo, riesce a far “deviare” qui tante personalità importanti passate per Roma: arriva Tyron Power, talmente innamorato di Roma che chiamerà sua figlia Romina, e arriverà anche la principessa Elisabetta, attuale Regina d’Inghilterra. Lei veniva qui e portava le scarpe ai ragazzi: non che gli inglesi stessero molto meglio degli italiani, dopo la guerra, ma quello era un gesto di “bonomia”, gesti commoventi.  Ma il Borgo non esisterebbe se non ci fosse stato un uomo fuori dal comune: don Cadmo Biavati».

La storia si interrompe. Buffa cerca un pallone e poi chiede a Stefano, ragazzo della Polisportiva, se può imitare l’azione di dribblaggio di Cristiano Ronaldo: Stefano sale sul palco, posa a terra il pallone e gli sgambetta intorno un paio di volte: imita il famoso “doppio passo”. Tutti guardano attoniti, ma anche divertiti, senza sapere dove Buffa coglia andare a parare. Continua la storia raccontando che l’inventore del doppio passo non è stato Ronaldo, bensì Amedeo Biavati, cugino del don e campione del mondo nel 1938. E come il giocatore ha usato il doppio passo nel calcio, don Biavati l’ha usato con i ragazzi, e soprattutto con lo sport, quando nel 1965 avviene il passaggio dalla Cadmea alla PGS. «PGS: Polisportiva Giovanile Salesiana Borgo Don Bosco. 24 giugno 1965, la Cadmea squadra creata da don Cadmo Biavati, cambia nome e diventa PGS» esordisce Antonello Assogna, interrogato da Buffa.

Di nuovo la storia si interrompe. E ne approfitto per guardare i volti di coloro che lo stavano ascoltando in religioso silenzio: mi stupiscono le tante facce dei ragazzi che lo guardano con gli occhi spalancati e le bocche aperte e penso all’invidia che tanti professori proverebbero a guardare, in questo momento,  i loro alunni, rapiti da quest’uomo e dalla sua semplicità nel raccontare le piccole e grandi storie di una volta.
Improvvisamente, ci ritroviamo in Giappone, specificatamente durante i campionati mondiali di ping pong del 1971. Ascolto, per la prima volta, la storia di Zedong e di Cowan, una grande storia di diplomazia che ha avvicinato l’America alla Cina: Cowan, campione americano, perde l’autobus per tornare in albergo. Zedong, campione cinese, talmente campione che solo lui poteva permettersi il gesto che ha fatto, invita l’autista del proprio autobus a fermarsi e a far salire Cowan. Nessuno dei due conosce la lingua dell’altro, eppure comunicano per tutto il viaggio: Zedong gli regala un ritratto in seta; poco dopo Cowan gli regalerà una maglietta con la scritta “Let it be”, tutto sotto l’occhio attento dei giornalisti, 500 in tutto, perché la notizia si era diffusa immediatamente. Da lì a poco, una partita di tennistavolo tra Cina e Stati Uniti, e poi Kissinger e Tse Tung seduti ad un tavolo di concertazione. Tutto questo per raccontare come lo sport abbia contribuito a creare un mondo di pace, avvicinando per la prima volta le due grandi superpotenze del pianeta negli anni ’70.

Dopo uno scroscio di applausi le tante domande dei ragazzi, sull’NBA, sulla pallacanestro, sulla sua figura di giornalista, ma anche sul valore educativo dello sport e sul valore di esso nella vita.
Esordisce Tiziano che chiede consigli per diventare famoso e poi Francesca che gli domanda se ha vissuto esperienze di sport di periferia e che differenza c’è tra le periferie del Nord e quelle del Sud. «Tutte le periferie sono uguali. La differenza è che quando io ero ragazzo si giocava solo negli oratori. La tv era in bianco e nero e c’erano solo due canali che terminavano le trasmissioni alle 23.00. […] Senza oratorio non sarebbero esistiti i giocatori; e le periferie, una volta, erano obbligatorie; e l’oratorio era l’unico posto dove volevo andare». E passando per George Best, ragazzo estroso ed adulto indisciplinato, risponde a don Stefano Aspettati, direttore del Borgo, che gli chiede come è possibile preservare i valori che il Borgo insegna, anche tramite lo sport, in un mondo sportivo attuale che è continuamente permeato dagli scandali delle scommesse e del doping, e come è possibile coltivare ancora la speranza di uno “sport pulito”. «Lo sport ormai si è mangiato completamente l’etica. […] Sembra che dove ci sono i soldi l’etica non c’è più. Ma fortunatamente, questa è solo una piccola parte del mondo dello sport», risponde Buffa, e usando un passaggio di una poesia di Kipling prosegue: «imparate a conoscere i due grandi impostori della vita: la vittoria e la sconfitta. E anche qui potete insegnare ai ragazzi a trattare con l’impostore più difficile, che non è la sconfitta, ma la vittoria. Cercare di equilibrarsi qui per affrontare meglio quello che succederà fuori: questo nessuno ce lo potrà togliere!».  E per concludere una domanda sul sistema educativo sportivo italiano in confronto con quelli di tutto il mondo. «È  un sacrilegio tenere lo sport lontano dalle scuole […] Nella mia palestra scolastica, c’erano due canestri ed erano alti 3 metri e 65. Il prof di ginnastica mi diceva che a lui non interessava il fatto che fossero troppo alti perché in quindici anni di insegnamento nessun ragazzo aveva mai provato a tirare a canestro… la scuola non ti insegna che lo sport è la tua vita» o, per dirla come don Bosco la tua palestra di vita!

di Angela Garreffa