Mar Mediterraneo: la frontiera più pericolosa del mondo

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Ad oggi, i corridoi umanitari, rappresentano l’unica soluzione alle morti in mare. La Comunità di Sant’Egidio, attraverso la testimonianza di Qutaybah, spiega il perché.

di Lucia Aversano

Le cicatrici possono tornare utili, o almeno così scriveva qualche tempo fa la scrittrice inglese Rowling.  A volte servono a ricordare, altre volte servono a testimoniare. Quella che segna il volto di Qutaybah parte dal naso e attraversa tutta la guancia destra fino ad arrivare al cranio. La sorte, in questo caso brutalmente ironica, ha voluto che avesse la forma di un sorriso, un ghigno testimone dell’orrore della guerra, e della inumanità di Daesh. Mentre racconta la sua storia, Qutaybah, non può fare a meno di toccarsi la parte del volto sfigurata e di controllare a vista le sue mani, tastandone le dita, come per assicurarsi che siano ancora al loro posto, integre: all’inizio della sua prigionia, ogni giorno nel quale si rifiutava di collaborare, gliene veniva rotta una. Lui, ingegnere petrolifero, serviva vivo a Daesh e soprattutto serviva collaborativo, essendo l’unico rimasto del campo petrolifero di Deir el-Zoll a saper far funzionare i pozzi di estrazione.

«Prima dello scoppio della guerra avevo una grande vita» racconta Qutaybah, profugo siriano giunto in Italia grazie al progetto dei corridoi umanitari portato avanti da Comunità di Sant’Egidio, federazione delle chiese evangeliche, chiesa Valdese con il sostegno del governo italiano, durante l’incontro dal titolo Migranti e Integrazione: l’esperienza dei Corridoi Umanitari svoltosi il 26 ottobre presso il Borgo Ragazzi don Bosco.

 

L’inizio della fine
«Non appena laureato ho iniziato a lavorare nel campo petrolifero della mia città, Deir el-Zoll, che si trova in una zona deserta vicino al confine con l’Iraq ma con la guerra è finito tutto. La mia città è diventata presto un luogo conteso tra il governo, i ribelli e i terroristi di Daesh, la vita era diventata tutt’a un tratto pericolosa e dunque la mia famiglia ha deciso di trasferirsi a Damasco. Io no, ho deciso di restare». Nonostante i bombardamenti e nonostante avesse deciso di non recarsi più al lavoro Qutaybah credeva, e sperava, che nel giro di qualche tempo la situazione si sarebbe placata e che presto sarebbe tornato alla sua vita di sempre. Nessuno all’epoca aveva previsto che il conflitto, scoppiato nel 2011, si sarebbe protratto così a lungo. Senza lavoro, senza stipendio e presto anche senza risparmi, Qutaybah decise di raggiungere la famiglia a Damasco per trovare un nuovo impiego che non trovò mai poiché, di lì a pochi giorni, venne tratto in carcere per aver sostenuto che il governo siriano bombardasse i campi petroliferi di Deir el Zoll. Cinque mesi di prigione dopo, il padre pagò la cauzione e consigliò al figlio di ritornare nella loro città d’origine.  Ed è qui che l’ingegnere petrolifero si trovò faccia a faccia con Daesh. I terroristi avevano rastrellato la città per trovare qualcuno in grado di far funzionare i pozzi, e lui, essendo il capo dell’equipe d’estrazione petrolifera, venne ben presto individuato e reso prigioniero. Il suo rifiuto a collaborare non faceva che aggravare la sua situazione. Non venne ucciso solo in virtù del suo ruolo ma le torture fisiche e psicologiche erano all’ordine del giorno. Tutto ciò durò sei mesi, fino al giorno dei bombardamenti americani. Durante l’intervento dei cacciabombardieri USA, alcuni terroristi morirono, altri fuggirono mentre i prigionieri rimasero lì ad attendere che qualcuno andasse loro in soccorso. «Il campo di Deir-el Zoll è molto vasto e per muoversi è necessario avere un mezzo. Noi prigionieri oltre a non avere alcun veicolo eravamo fisicamente impossibilitati a fare lunghi tragitti a piedi, per via delle torture fisiche subite durante i sei mesi di prigionia. Infatti non facemmo in tempo a scappare che un altro gruppo di Daesh diede il cambio al precedente». I nuovi terroristi erano, se possibile, più feroci dei precedenti e vista l’impossibilità d’estrazione se la presero con i prigionieri ed in particolare si accanirono contro di lui, picchiandolo fino a rompergli la testa e mandandolo in coma per 20 giorni.

 

Il viaggio verso la Grecia
Dopo 20 giorni Qutaybah si risvegliò in un ospedale di Raqqa, nel quale aveva ricevuto le prime cure, che sì gli avevano salvato la vita ma risultavano ancora insufficienti viste le sue condizioni. Ed è da qui che inizia il suo viaggio verso l’Europa, dapprima verso il confine turco grazie all’aiuto dei ribelli, poi in Turchia dove venne operato e messo fuori pericolo di vita. Solo che nemmeno la Turchia rappresenta un luogo sicuro per i siriani e per questo una volta messosi in contatto con il padre, quest’ultimo gli consigliò stavolta di fuggire in Europa. Per i profughi che intendono lasciare il campo turco, il viaggio verso Smirne ha il costo spropositato di 800 dollari. Smirne è una città che affaccia sul mare Egeo, da qui partono i gommoni per raggiungere la Grecia. La Turchia però, dopo l’accordo con l’Unione Europea dello scorso marzo, ha mandato di trattenere i profughi. Il più delle volte lo fa con la forza cercando di affondare i barconi che si dirigono verso l’Europa. Per fortuna, il gommone sul quale viaggiava Qutaybah arrivò integro a Lesbo. Dal campo di Moria, dove spesso i profughi passano mesi prima di essere ricollocati, Qutaybah venne trasferito presto al campo di Kara Tepe, nel quale vengono spediti i casi più vulnerabili, e dove operano le organizzazioni umanitari. E qui che Qutaybah incontra Sant’Egidio la quale attraverso il progetto dei corridoi umanitari lo porta a Roma.
«I corridoi umanitari sono un modo sicuro per tutti – ha precisato Gianna Iasilli, della Comunità di Sant’Egidio – perché c’è il rilascio dei visti umanitari che prevede un controllo da parte dell’autorità italiana. Dietro tanti numeri, statistiche e calcoli, dietro ciascuno c’è una storia, una tragedia: la tragedia della guerra. Noi come europei e come italiani che vivono nel mediterraneo abbiamo la responsabilità di capire e accogliere.»

Il nostro bel mediterraneo oggi è un cimitero, è la frontiera più pericolosa del mondo. L’Oim, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, stima che dall’inizio del 2016 siano morte 3500 persone. Ad aggravare la situazione è anche l’aumento della percentuale di minori e bambini, come quelli provenienti dal corno d’Africa, aumento mai registrato prima. Il progetto dei corridoi umanitari ha selezionato tre paesi di partenza: il Libano, pensando ai profughi della Siria e dell’Iraq; il Marocco per tutta l’area dell’africa sub sahariana e l’Etiopia per l’area del corno d’Africa.

 

All’incontro hanno preso parte tra gli altri Don Stefano Aspettati direttore del Borgo Ragazzi Don Bosco, Anna Marchei operatrice di Sant’Egidio per i corridoi umanitari e Don Giovanni D’Andrea presidente della Federazione dei Salesiani per il Sociale.