“Vengono a rubarci il lavoro”. Ma ne siamo veramente sicuri?

“Vengono a rubarci il lavoro”. Ma ne siamo veramente sicuri?

Con l’aiuto del dossier statistico Immigrazione a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS, e di considerazioni demografiche ed economiche, Franco Pittau ci da una lettura diversa del fenomeno migratorio – Scuola di Mondialità 25 Febbraio 2017

di Veronica Consalvi

Il fenomeno migratorio è sotto gli occhi di tutti e, come ogni evento di grande dimensioni ,attira intorno a sé chi vuole dire la sua, perché, si sa, su temi molto popolari diventiamo tutti massimi esperti di qualsiasi materia.

Tra le tante teorie sull’immigrazione, una tra le più famose è quella per cui i migranti ruberebbero il lavoro agli abitanti dello stato in cui si recano. Partiamo da un’osservazione oggettiva: l’Italia è il paese con tasso di natalità più basso d’Europa; in Italia nasce un bambino per donna, mentre nella vicina Francia nascono almeno due bambini per donna: si capisce bene come questi numeri riportati su grandi dimensioni abbiano delle profonde conseguenze a lungo termine. Se inoltre la bassa natalità è associata ad un’aumentata aspettativa di vita, come nel nostro caso, quello che ci si prospetta  è che l’Italia da qui a 50 anni diventerà uno stato con 51 milioni di abitanti con un’età media superiore ai 65 anni. In poche parole, un paese con una produttività bassissima e un’economia rallentata.

A sostegno di queste affermazioni c’è da dire che i paesi più produttivi e con economie più sviluppate, come per esempio Stati Uniti ed Inghilterra, sono anche quelli che accolgono il maggior numero di migranti che sono gli stessi che mettono al mondo più bambini e che quindi contribuiscono alla maggiore natalità (in entrambe gli stati due bambini per donna).
Per quanto riguarda la previdenza sociale, in Italia su 18 milioni di pensionati (tra i quali anche italiani all’estero) i pensionati stranieri costituiscono solo l’1%, una piccolissima percentuale pensando inoltre che solo l’8.3% della popolazione è di origine non italiana.
Se si parla di disoccupazione su 3 milioni di disoccupati gli immigrati rappresentano un sesto di questa cifra.

Altro tasto dolente che infervora i più arditi nazionalisti è l’assegnazione di assistenza sociale e case popolari preferenzialmente agli stranieri. A questo proposito bisogna considerare che gli italiani in possesso di una casa di proprietà sono l’80% mentre nel caso degli stranieri solo il 20% possiede una abitazione propria. La restante parte di stranieri ha redditi così bassi che necessita di un aiuto da parte dello Stato.

Il vero problema dell’Italia è lo sviluppo. Fino a cinque anni fa il tasso di crescita del PIL era 1-1,5% con un certo ricambio generazionale e con la capacità di assumere nuove persone; con il blocco dello sviluppo questo meccanismo si è inceppato e gli ingranaggi dell’Italia non si muovono più come prima, portando a una stasi generale del sistema con il malcontento di chi ne usufruisce; in definitiva basterebbe oliare gli ingranaggi per far ripartire la macchina dello sviluppo per non avere l’impressione che chi viene nel nostro paese sia una zavorra che ci vuole svantaggiare o mettere in difficoltà.