Si è svolto oggi, presso il Borgo Ragazzi don Bosco, il convegno “Il volto umano della devianza minorile – Comprendere per riattivare il futuro tra educazione, comunità e sistemi di intervento”, un momento di confronto ampio e partecipato che ha riunito istituzioni, educatori, esperti e rappresentanti del mondo salesiano attorno a una domanda centrale: come rispondere alla devianza minorile senza rinunciare allo sguardo educativo e umano sui ragazzi?
Ad aprire i lavori è stato don Emanuele De Maria, direttore del Borgo Ragazzi don Bosco, che ha letto un passaggio delle Memorie di don Bosco relativo alla sua esperienza nelle carceri. Un richiamo forte alle radici del sistema preventivo salesiano e al valore di uno sguardo capace di vedere il giovane oltre l’errore, oltre il reato. Don Emanuele ha poi presentato il Borgo, il suo impegno educativo nel territorio e le istituzioni presenti, sottolineando l’urgenza di un’alleanza tra tutti gli attori sociali.
VEDERE I RAGAZZI OLTRE LA MASCHERA
Nel suo intervento, Alessandro Iannini, responsabile dell’area educativa emarginazione e disagio “Rimettere le Ali” del Borgo Ragazzi don Bosco, ha ripercorso la nascita del Centro Minori e l’accoglienza dei primi ragazzi provenienti dal carcere, soffermandosi sul significato del titolo del convegno. «È necessario saper scorgere i ragazzi senza la maschera che tutti vedono – ha spiegato – perché spesso ci si ferma a ciò che i giovani fanno, senza interrogarsi su ciò che portano dentro».
Da qui l’appello alle Istituzioni ad investire seriamente su educazione e prevenzione, soprattutto in una fase storica in cui il dibattito pubblico sembra orientarsi prevalentemente verso sicurezza e repressione. Un richiamo già lanciato nel 2022 con il convegno “I ragazzi sono di chi arriva prima”: non si può restare a guardare, bisogna “arrivare prima” della devianza, con politiche giovanili capaci di accompagnare la crescita dei ragazzi.
IL TERRITORIO E LE RESPONSABILITÀ DELLE ISTITUZIONI
Giuseppe Battaglia, Assessore alle Periferie del Comune di Roma, ha riconosciuto nel Borgo Ragazzi don Bosco una realtà importante nel lavoro con i giovani, per la sua storia, per l’eredità di don Bosco e per la professionalità educativa che lo contraddistingue. Un impegno ancora più prezioso in un territorio complesso, segnato negli ultimi anni da fragilità sociali e fenomeni di criminalità diffusa.
«Dare futuro significa offrire ai ragazzi alternative concrete al guadagno facile – ha affermato –. Investire sui giovani vuol dire investire sul futuro del Paese». Un futuro che appartiene proprio alle nuove generazioni.
Sulla stessa linea Giovanni Battista Impagliazzo, Assessorato alle Politiche Giovanili di Roma Capitale, che ha definito il Borgo «un posto umano, una casa per tutti, soprattutto per chi si sente fuori posto». Richiamando la figura di don Pino Puglisi, ha ribadito che «solo se si è amati si può cambiare», sottolineando come Roma Capitale continuerà a camminare accanto al Borgo per una città più umana e inclusiva.
IL PATTO EDUCATIVO: UNA RISPOSTA CONCRETA DELLA COMUNITÀ
Un passaggio centrale del convegno è stato dedicato al Patto Educativo Territoriale di Centocelle e di Quarticciolo, sottoscritto nel pomeriggio nell’ambito del progetto “Scuola libera tutti!”, promosso da Salesiani per il Sociale APS e sostenuto dalla Fondazione Cassa Depositi e Prestiti.
Don Francesco Preite, presidente di Salesiani per il Sociale, ha definito il Borgo Ragazzi don Bosco «un’eccellenza dell’Italia salesiana», sottolineando come riscoprire il volto umano della devianza significhi restituire dignità alle persone. «La repressione non è la risposta – ha affermato –. Il metal detector non elimina la devianza. Bisogna prevenire, educare, accompagnare». Il Patto Educativo rappresenta proprio questo: mettere insieme risorse, competenze e responsabilità per costruire un sistema inclusivo.
LA DEVIANZA OGGI: IL VUOTO, IL BRANCO, LA VERGOGNA
Il contributo di Silvio Ciappi, criminologo clinico e psicoterapeuta, ha offerto una lettura profonda e complessa della devianza minorile contemporanea. Spesso – ha spiegato – non si tratta di ragazzi “a cui manca tutto”, ma di giovani apparentemente inseriti, che abitano però un profondo vuoto emotivo e relazionale.
«Non ci sono mele marce, ma mele in un contenitore marcio», ha affermato, descrivendo una società che alimenta il branco, la noia, la vergogna, la difficoltà per l’attenzione e l’ossessione per la performance. In questo contesto, la perdita diventa intollerabile e si trasforma in vendetta. L’unica risposta possibile è ricostruire una comunità intesa come civitas, fatta di relazioni reali, incontro, mitezza e corresponsabilità. Un luogo dove riscoprire la felicità e la differenza, mettendo “testa, mani e cuore” nell’educazione.
EDUCARE COME SCELTA DI VITA
Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati ha portato una testimonianza personale e pedagogica insieme: «Sono diventato educatore perché sono stato un ragazzo inquieto». Richiamandosi esplicitamente al sistema preventivo di don Bosco, ha sottolineato la necessità di essere allo stesso tempo amico e maestro: capaci di entrare nel dolore del giovane, ma anche di indicare un limite.
Secondo Affinati, l’educatore è un testimone credibile, un “artista dei tempi morti”, capace di creare attenzione nei momenti informali e di accompagnare l’avventura interiore degli adolescenti. Solo se il giovane si sente realmente amato può fidarsi e affidarsi. Da qui il richiamo al “Villaggio Educativo” di Papa Francesco: una comunità educante che si fa carico dei ragazzi insieme.
UNO SGUARDO “DA DENTRO” IL CARCERE MINORILE
A chiudere la mattinata è stato don Silvano Oni, cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti di Torino, che ha offerto uno sguardo “da dentro”: non solo dall’interno dell’istituzione carceraria, ma soprattutto dall’interno delle vite dei giovani detenuti.
Don Silvano ha evidenziato le difficoltà strutturali del sistema: sovraffollamento, carenze strutturali e una forte tendenza alla risposta repressiva. Molti di questi ragazzi, ha spiegato, non hanno mai avuto nessuno che li aiutasse a formare una coscienza; faticano a rielaborare ciò che hanno fatto e guardano con sospetto il mondo adulto.
L’unica strada possibile è imparare a guardare la vita “dal basso”, senza giudizi affrettati, intercettando le domande prima delle risposte, riconoscendo il bene che ancora esiste in ciascuno. Educare alla dignità – anche attraverso la cura di sé, della scuola, dell’imparare – richiede tempo, pazienza e fiducia. «Ciò che non è oggi, sarà domani», ha concluso.



